Per la cassazione è reato!

A chi non è mai capitato di parcheggiare “al millimetro” ed incastonare la propria auto in un gioco di geometrie e precisione che tetris…spostati, creandoti anche orgoglio?
Bene, la cassazione conferma le sentenze di tribunale e Corte d’Appello: è reato. Non stiamo esagerando, ma è la verità su un avvenimento accaduto a Messina qualche anno fa,  lo racconta anche il Corriere della Sera. Ecco come è andata.
Anni fa l’imputato, condannato sia in primo grado, sia in appello, aveva letteralmente incollato la propria auto a quella di un altro malcapitato automobilista: non l’aveva propriamente intrappolato, ma costretto a uscire dalla sua vettura dal lato del passeggero anziché del guidatore, scatenando in questo modo un’accesa discussione in cui – come ahinoi spesso accade – i contendenti avevano tirato in ballo reciproci consanguinei in toni poco lusinghieri.

Le sentenze sono state tutte dello stesso tenore: il tribunale in primo grado e la Corte d’Appello di Messina hanno espresso e confermato la condanna per violenza privata. Sentenza che ha retto anche in Cassazione.

parcheggio stretto

La tesi difensiva sosteneva invece che non si fosse verificata alcuna violenza privata perché l’auto non era stata parcheggiata bensì soltanto “posta in prossimità” dell’altra vettura per discutere con il conducente della stessa. Non l’hanno pensata così i giudici, secondo i quali il requisito della violenza si identifica “in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e azione”. E quindi il ricorrente, “posizionandosi con la propria vettura a pochi centimetri dello sportello lato autista dell’autovettura della persona offesa, la quale, per la presenza di autovetture parcheggiate avanti e dietro, non poteva in alcun modo spostarsi, ha costretto la stessa parte offesa a scendere dal proprio mezzo per affrontarlo in una discussione”. La Cassazione si era già espressa in analogo modo per gli stessi fatti. L’accusato ha ovviamente tentato di difendersi minimizzando l’accaduto, ma a nulla sono valse le sue proteste. Secondo i giudici, infatti, il requisito della violenza si identifica «in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e azione»